La viralità ai tempi di FaceApp

FaceApp ci ha insegnato che non è mai tardi per essere virali online infatti la moda innescata sul web non è legata al lancio dell’applicazione che esiste da più di 2 anni ma dall’utilizzo della stessa da parte di più influencer che poi ha fatto partire un meccanismo di emulazione globale.

Questo meccanismo del trend che si è venuto a verificare lascia molti insegnamenti interessanti sul processo di viralità:

  • la viralità spesso non è controllata;
  • la viralità non è legata al lancio di un prodotto o alla novità;
  • gli influencer sono i primi ad essere influenzati;
  • la viralità non ha limiti

Gli ideatori di FaceApp non si sarebbero mai aspettati questo boom di questa portata e anche se molti si prenderanno dei meriti non è imputabile ad una singola volontà il successo di questa app e non bastano nemmeno gli articoli allarmistici sul furto di dati e foto per fermare gli utenti dalla moda di quest’estate. Non entro nel merito del discorso sulla protezione dei dati perché ogni utente online ora sa che la vera protezione dei dati si ha quando non si accende affatto il PC e poco interessa oggi approfondire il tema quanto quello della viralità innescata che meglio si spiega con la sociologia che con i meccanismi del mondo digitale a mio avviso.

Sfatato quindi il mito secondo cui un prodotto deve fare il botto in fase di lancio per poi spegnersi lentamente: si può fare il botto anche dopo, si possono fare molti botti e si può fare di tutto senza seguire schemi prestabiliti. Di base FaceApp ha un buon software quindi di base è un buon prodotto (si sponsorizzano più facilmente i buoni prodotti) e la narrativa intorno alla sicurezza è accattivante, le persone sono attratte dalla cattiva reputazione invece che spaventate perché in fondo a nessuno frega nulla se ci rubano una fotina. La facilità d’uso fa sempre parte di quel buon prodotto switch off, da consumare in pochi secondi e senza sforzo alcuno. Per non parlare poi del fatto che si “invecchia bene” e si ringiovanisce in maniera sufficientemente credibile. Un buon prodotto regge più a lungo e FaceApp ha avuto il merito di non essere divenuta obsoleta dopo pochi mesi, è rimasta piacevole e sempre attuale.

Il tempo necessario per avere molte piccole stagioni positive perché di tanto in tanto su Instagram qualche influencer ci scherzava, ci giocava e poi… senza che nessuno l’avesse calcolato: boooom! Gli influencer si sono contaminati a vicenda e tanto è bastato per contaminare anche i follower. Abbiamo imparato che c’è un modo per influenzare anche chi influenza gli altri, chissà che questo un giorno non si traduca in metodi di marketing efficaci per ifluenzare ciclicamente gli influenzatori trasformandoli in nostre armi cariche e pronte a sparare. Magari sta già avvenendo…

L’aspetto che più dovrebbe far discutere in questa vicenda non è quello trito e ritrito della sicurezza e privacy online quanto quello della portata di questa viralità che è decisamente sfuggita di mano. La portata dei fenomeni digitali che dal punto di vista sociologico trasforma la società, i suoi usi, i costumi. Le speculazioni su questo tema non mancano: e se domani cadessimo vittima di una moda controllata? e se la moda fosse automatizzata da processi di intelligenza artificiale?

Più che di trattamento dei dati e privacy “bucabili” facilmente online dovremmo parlare di quanto siamo facili da bucare noi esseri umani, le nostre menti, i nostri ragionamenti distratti e non. FaceApp lascia intravvedere la fragilità delle masse, dei gruppi sociali sempre più impregnati con la tecnologia in un valzer distratto ma pericoloso.

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